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MACHISSENEFREGA!
Riflessioni semiserie e seminò di S, trentaquattrenne romano,
non particolarmente depresso, ex-speaker in radio, giornalista, blogger per caso, ex single convinto attualmente pentito, alla perenne ricerca del divertimento puro (e non il divertissement di Pascal), quello che in tutta una vita dura sì e no otto minuti e trentasei secondi
LE CREATURE



Lo spin off: ATARU GREATEST HITS

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martedì, 17 novembre 2009 |
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BERLIN³
(on the air: David Bowie - Heroes)
Berlino stavolta s'è fatta piccola piccola. In un fazzoletto ci ho messo dentro tutto. Dal mio hotel adagiato in una delle sue piazze più belle, sembra tutto più vicino. Anche gli stradoni, le piazze giganti, i chilometri da percorrere sotto il cielo grigio. Siamo tutti sotto quello stesso cielo, il cielo sopra Berlino, appunto. Non avevo mai vissuto un appuntamento con la storia. Tante persone hanno fatto il mio stesso viaggio, nei medesimi giorni. Politici che comandano il mondo, cantanti strafamosi, giornalisti, giovani, vecchi, bambini, siamo tutti qui per festeggiare, per ricordare, per commuoverci. Vent'anni, così lontani, così vicini. Immagini d'epoca che ritraggono persone vestite più o meno come noi. Apparentemente c'è qualcosa che non quadra. Nei libri di storia ci sono i dipinti antichi, le foto in bianco e nero.
Qui c'è il rock che riecheggia intorno alla porta di Brandeburgo, c'è gente più giovane di me, che quella storia l'ha fatta. Non è facile spiegare questa sensazione. È senza dubbio più facile viverla, inebriarsi di storia contemporanea. Percorrere il chilometro e mezzo di muro superstite alla East Side Gallery, guardare copertine di giornali esposte ad Alexander Platz mentre l'inconfondibile torre della tv affoga nella nebbia. O semplicemente accendere la televisione in albergo e farsi raccontare miriadi di storie da tutta questa gente che ha sognato la libertà fino a farla diventare vera, da toccare, stringere forte e non farsela mai più sfuggire.
Ammesso che qualcuno di noi sia davvero libero.
La Città si prepara al Natale, comincia ad attrezzare i suoi mercatini colorati che ti viene voglia di tornarci subito e strafogarti di cioccolata e gluhwein (vin brulè).
La Città fa finta di non essere stata vessata da ideologie folli per sessanta lunghi anni.
Però.
Chiedete a un berlinese di mezza età cosa ne pensa di un nostalgico comunista. Chiedeteglielo. E chiedetegli anche di un nostalgico fascista. Probabilmente vi risponderà con parole non tenere, vi guarderà col disprezzo di chi certe cose le ha viste in prima persona. Di chi ha vissuto una città ridotta ad un cumulo di macerie prima e ad una torta avariata e divisa a metà dopo.
Ich bin ein Berliner. Io sono un Berlinese.
Per capire la trama bisogna risalire la Friedrichstraße. Bisogna partire dai civici più bassi, a Kreuzberg, dove l'edilizia, almeno per una volta, è più brutta a ovest. Dove può capitare che su un incrocio non riescano a passare due macchine perché insolitamente per Berlino, le strade sono strette come le nostre.
Da queste parti c'è lo Jüdisches Museum, il museo ebraico. Una memoria storica mai fine a se stessa, una galleria di epoche che va dagli albori dopo Cristo fino all'Olocausto. Un viaggio nel tempo fatto di oggetti e di volti, di eterei ologrammi e tangibili crudezze che, una volta terminato lascia l'amaro in bocca, ma rende più chiara la mappa delle ideologie e pure quella dei conflitti odierni, primo fra tutti quello israelo-palestinese.
Superato il quartiere di Kreuzberg, la lunga via fà rotta verso il Mitte, il centro. Attraversa i palazzi ottocenteschi ed eleganti della vecchia nobiltà prussiana fino a mischiarsi con edifici futuristici, insegne al neon, negozi di classe, globalizzazione. Stiamo arrivando a est. Lo capisce anche chi non dovrebbe saperlo perché magari è la prima volta che razzola qui. Il motivo è semplice: Berlino est era troppo brutta e non poteva restare così, nuda, cruda e sovietica. E allora maquillage, magia e il marxismo va in soffitta. Passati in rassegna la più grande libreria del mondo (Dussmann), i magazzini Lafayette, gli autosaloni con le Bugatti per miliardari, correndo perpendicolari a Unter den Linden, il viale dei tigli, siete al Check Point Charlie. Roba per turisti, ma qui, la striscia di mattoncini per terra, epitaffio del muro-che-non-c'è-più, vi avvisa. Avete percorso un pezzo di storia del ventesimo secolo. Siete partiti dal 1933, avete visto Hitler imporre le leggi razziali e far ammazzare milioni di innocenti, avete sentito gli aerei americani volare lassù nel 1948 per portare i viveri ai superstiti del bombardamento. E se non vi è bastato, avete ascoltato le urla dei prigionieri politici rinchiusi nelle segrete sovietiche. Siete dunque al capolinea, il 1961 e quel Muro innalzato per bloccare l'emorragia di tedeschi da est a ovest. Il 1989: quello stesso Muro che cade sotto i colpi di un annuncio incerto di Günter Schabowski, uomo di regime della DDR. Avete vissuto sessant'anni tragicamente intensi in una sola strada, spiegandovi i perché e i per come. Ora siete un po' berlinesi anche voi.
Lo dicevo io che questa terza volta nella capitale tedesca sarebbe stata quella della maturità.
Ma Berlino è stata anche prendere la pioggia aspettando lo show alla Porta di Brandeburgo eppoi vederselo più comodamente in albergo, che tanto le prove l'avevamo viste con tutta calma la sera prima. O guardare ad uno ad uno i tasselli del domino che rappresentava il muro, poi caduti il 9 novembre, partendo da Pariser Platz fino alla sempre affascinante e futuristica Potsdamer Platz. Respirare l'autunno nel Tiergarten calpestando fango e foglie secche. Risalire di nuovo fin su alla cupola del Reichstag, il parlamento. Venire a sapere dai titoloni dei giornali che Robert Enke, di professione portiere calcistico di talento, s'è buttato sotto a un treno a trentadue anni. Subire le suggestioni inquietanti dei cubi del monumento all'Olocausto (Holocaust Mahnmal) mentre qualcuno ci gioca a nascondino. Cenare in un ristorante con specialità di Colonia o sorseggiare vino bianco in un locale scicchettoso a Gendarmenmarkt a pochi metri dall'hotel. Abbuffarsi come di consueto, di birra e patate. Annusare fin dall'aeroporto quell'odore di cipolla e olio rifritto e sorridere perché ora sai che sei veramente tornato qui. Sbirciare nei negozi turchi di Kreuzberg e sconfinare fino a Friedrichshain per capire che ogni quartiere alternativo è diverso, ricordando anche la scorsa volta a Prenzlauer Berg. Farsi insegnare da una meticolosissima ragazzina che il Mc Donald's della Ostbanhof ha un codice sullo scontrino, senza il quale non accedi alla toilette. Noi in cambio abbiamo insegnato al gruppetto di bimbe che i fast food ci sono anche in Italia e che polizei in italiano si dice polizia. Scoprire tristemente che due locali che adoravi, hanno chiuso. O perdersi sapendo di non perdersi ad Hackescher Markt, tra i suoi negozietti fascinosi. Sentir riecheggiare Heroes di David Bowie davanti alla Porta di Brandeburgo e pensare che se c'è un momento per farti scendere la lacrimuccia, forse sì, è quello giusto. Gironzolare nell'austera Bebel Platz dove nel '33 finirono al rogo centinaia di libri. Disperarsi per non aver fatto in tempo a tornare a Ku'Damm, in pieno ovest, tanto da pianificare che questo arrivederci non sarà troppo lungo. Conoscere a menadito i nomi delle strade e snocciolarne l'appartenenza a questo o quel quartiere. Ecco.
Così Tu Berlino, la prima volta mi hai rapito e la seconda mi hai conquistato.
Sarò stato presuntuoso prima di partire, ma ero convinto che questa terza volta sarebbe stata quella buona per conquistare te.
Così è stato.
Infatti adesso ti vedo più piccola, infatti adesso ti sento mia.
Le immagini, le trovi qui.
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venerdì, 06 novembre 2009 |
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LA MIA TRILOGIA BERLINESE
(on the air: Bloc Party - Signs)
Io l'avevo detto che sarei tornato un'altra volta sul luogo del delitto. Berlino mi somiglia tanto, è allergica alle ideologie politiche senza essere per questo qualunquista; non ama comunisti e nazisti, anzi tende proprio a non tollerarli, li vuole fuori dalla sua evoluzione e ha i suoi ottimi motivi per farlo. Credo sia per questo che mi sta così simpatica, che l'amo fino a torturarvi le sinapsi.
Berlino fa miracoli, mi fa partecipare a festeggiamenti che sento miei più di qualsiasi manifestazione italiana. E allora vada per la Libertà, quella vera, con la elle maiuscola, vada per riaccarezzare quegli stradoni ruvidi e grigi, ma così pieni di vita a largo respiro. Vada per andare a celebrare quel muro sbriciolatosi vent'anni fa che sembra un secolo e invece no.
Questa terza volta è quella della maturità. In una storia d'"amore" che si rispetti, che sia con una donna, con un amico, con un disco o con una città, c'è prima il colpo di fulmine o se non ci credete, l'invaghimento progressivo. Questo fu quel gennaio 2005 per me. Poi ci si comincia a conoscere meglio, per capire se funziona. Agosto 2007 fu rivelatore. Ora la storia è seria: altrimenti non dedicherei a lei, alla Città, questi giorni così importanti della sua tormentata esistenza e, tutto sommato, anche della mia.
Stavolta si truccherà a festa, Berlino. Lo farà per me, io lo so. L'ho vista col trucco sciolto per la pioggia caduta, accaldata da un sole di cui spesso sente nostalgia, intirizzita dai vènti russi che la sferzano nemmeno troppo da lontano. Non mi cela segreti, al massimo ha tante storie da raccontarmi, tante che non basterebbero due vite, tante che a volte non mi sembra di bestemmiare se dico con lei tradirei persino Roma.
Berlino quando ride te ne accorgi, forse perché ha pianto tanto. Sa scherzare, sa nascondere il suo essere terribilmente seria, proprio come il comico di talento assoluto. O spesso anche come me che di talento ne ho decisamente meno. A volte si dice che gli opposti si attraggono, forse non è questo il caso di me e la Città, o magari sì, ma che importa?
Importa riabbracciarsi come il più brillante e funzionante dei rapporti a distanza. Importa vivere la storia, che sia essa d'amore o quella già scritta sui libri.
Questo è il trailer del mio terzo capitolo berlinese.
Di quello che davvero sarà, ne riparliamo tra una settimana.
Con una sigaretta in bocca, una birra sul tavolo, David Bowie e la mia logorrea.
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lunedì, 26 ottobre 2009 |
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DISTRICT-9
Perché secondo me è un film che dovete vedere.
(on the air: White Lies - E.S.T.)
Ho visto questo film già qualche tempo fa, prima di Quentin. Avevo la recensione pronta da un po', andatelo a vedere, noleggiatelo, fate qualcosa.
A Johannesburg nell'82 un'astronave aliena finisce la benzina e rimane parcheggiata in cielo per vent'anni, diventando parte della skyline della metropoli sudafricana. Nossignori, stavolta non è l'America, e ce lo fanno pure notare. Gli alieni, un milione di alieni del tutto simili al dottor Zoidberg di Futurama colorato di verde, vengono isolati nel Distretto 9, una favela gigante dove dei nigeriani incazzosi e molto malavitosi la fanno da padroni. Gli alieni, rozzi ma sostanzialmente paciosi se non stuzzicati, sono chiamati gamberoni dalla stampa sprezzante, si nutrono di copertoni, quarti di bove e cibo per gatti e rivendono le loro armi ai nigeriani per mangiare.
Nel 2002 una multinazionale dell'elettronica chepperò guarda un po' è più interessata al commercio di armi, manda un sosia fessacchiotto di Giacomo Poretti (di Aldo e Giovanni non v'è traccia) a far firmare lo sfratto ai gamberoni per trasferirli con l'inganno dalla baraccopoli a una tendopoli più sfigata in mezzo al niente
Bianchi, neri, ricchi e poveri, infatti, sono tutti d'accordo nel non sopportare più le zingarate e i furtarelli degli alienacci, che sporcano e non si integrano. Parlano una lingua simile al rutto, ma capiscono la nostra e noi la loro.
Con la scusa dello sfratto la MNU (Multi National United) potrà studiare gli alieni vivisezionandoli e soprattutto imparare a usare le loro armi letali. Durante le operazioni il mite Giacomino, oltre a far fuori un numero imprecisato di esseri disobbedienti con l'aiuto di una task force, si schizza la faccia con un liquido strano e comincia la sua trasformazione in gamberone. E ci fa venire in mente molto da vicino il Brundle-Mosca di David Cronenberg (unghie e denti che si staccano, un po' una schifezza).
La multinazionale lo vuole squartare in quanto unico incrocio esistente, ma lui fugge con una mano ormai trasformata, mentre la stampa manipolata da governo e multinazionale connivente, lo accusa di sodomìa coi gamberoni.
Giacomo aka Wikus Van De Merwe, ricercato da chiunque, scappa al distretto 9 e fa amicizia con due "crostacei" padre e figlio genialoide, che gli promettono di farlo tornare normale una volta ripartiti con l'astronave. I due mostrilli sanno come tornare a casa ma gli serve il liquido strano di cui sopra per far partire il loro disco volante. Solo dopo potranno anche far guarire il nostro eroe un po' vigliacco e desideroso di riabbracciare con le mani giuste la moglie, che peraltro è figlia del capo cattivone della MNU. Mai fidarsi dei suoceri.
Il liquido però, è stato portato in un laboratorio in città.
Ne seguono sparatorie, teste saltate in aria, smembramenti e una durissima lotta tra l'umano alieno, che abbraccia seppur per il proprio tornaconto la causa mollusca, e gli umani stronzi.
E come finisce non ve lo dico.
L'esordiente sudafricano Neill Blomkamp, prodotto dal regista Peter Jackson (oh sì, quello della trilogia di Tolkien), realizza un filmetto niente male, che va oltre la solita lotta alieni-umani. C'è il razzismo, l'omofobia, i complotti dei potenti, i media manipolatori, il degrado della banlieue, l'apartheid (perché - mi dicono- ispirato al District Six di Città del Capo), un po' della Mosca (come detto), un po' del Pianeta delle Scimmie quando le scimmie vanno sulla terra (ah, quei sequel inutili senza Charlton Heston!) e un po' di qualche altra pellicola sci-fi, come dicono quelli bravi.
Il quasi-tutto raccontato con sequenze tratte da speciali, telegiornali, riprese amatoriali e telecamere a circuito chiuso. Insomma per capirci cose già viste in Cloverfield o The Blair Witch Project, ma che ci restituiscono un senso della realtà piuttosto nitido senza mai farci pensare al fumettone.
Il risultato è che ai nostri occhi la storia è credibile, ecco.
Il protagonista, Sharlto Copley, anche lui sudafricano, stabilisce il record di vaffanculo sibilati su grande schermo, ma è bravo. Infatti adesso gli fanno fare Murdock dell'A-Team, naturalmente senza i baffi di Giacomino.
Nel complesso, cari amici, District-9 è un film che stravolge tutto quello che avete già visto, quel trito e ritrito e riimpastoiato in un qualsiasi lungometraggio sui cosi che vengono da altri mondi.
Se eravate tentati o non convinti, magari anche per colpa del viral marketing spiattellato -almeno a Roma- sul retro degli autobus di linea, in verità vi dico: andate a vederlo e pure di corsa.
Tensione, niente momenti di stanca, colpi di scena, originalità, metafore nemmeno troppo velate e possibilità di sequel; il tutto -alleluja- concentrato in meno di due ore. Evviva.
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domenica, 18 ottobre 2009 |
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SEI ANNI A FREGARCENE
(on the air: Nouvelle Vague - Dance With Me)
Dopo 6 anni, oltre ad aver un po' abbandonato tale luogo, non sono più bravo nemmeno a festeggiarlo. Ma mica per altro, pensateci bene. Ogni anno ridire le stesse cose oppure ogni anno a sforzarsi di fare qualcosa di diverso. Non a caso festeggiare quasi tutti i compleanni umani m'è andato sulle palle già da un bel po'. Trovo profondamente insensato festeggiare un anno che va via per giunta insieme a gente che ti fa il regalo tanto per fartelo. Meglio, se proprio si deve fare, farlo nell'intimità. Quindi mi limito a dire che questo blog compie sei anni. Che sono veramente tanti. Io a sei anni andavo in prima elementare e sparavo certamente meno cazzate di adesso. Ma non volevo andarci, fedele alla mia proverbiale pigrizia e a un po' di presunzione, come ebbi modo di dire a mia nonna: nonna che ci vado a fare io a scuola? sono nato imparato! Sei anni. Andremo avanti piano qua, lo sapete, cari fedelissimi quattro lettori rimasti. Del resto ormai ho imparato tutto quello che c'era da imparare.
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sabato, 10 ottobre 2009 |
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BARACK OBAMA HA VINTO X FACTOR
(on the air: Julian Casablancas - The 11th Dimension)
(ANSA --- ORE 15,00)
Con decisione a sorpresa, anche a causa dei bassi ascolti, X Factor chiude in anticipo.
Ma prima di sbaraccare, il talent show di Raidue, ha annunciato il vincitore di quest'anno.
Che è a sorpresa l'americano di colore Barack Obama.
Obama ha battuto in finale Chiara.
Lotta serrata fino all'ultimo per capire se era più politically correct far vincere un nero o una ragazza sovrappeso.
Ma Obama ha giocato la carta vincente interpretando in falsetto "More than a woman" dei Bee Gees travestito da vulcaniano di StarTrek, commuovendo di fatto la giuria, il pubblico in studio e soprattutto quello a casa.
Per la cronaca, il terzo posto è andato alle Yavanna, eliminate precedentemente per la loro poco convincente interpretazione di "Meno male che Silvio c'è".
Così i giudici:
Mara Maionchi: Barack diventerà una star, cazzo! Lo sapete che io me ne intendo, porca puttana!!
Oltre al contratto discografico da 300mila euro, a Barack dedicheremo Barackopoli, ispirata al progetto originale di Renatone Zero e la sua Fonopoli.
Morgan: io volevo far vincere Silver, la sua profondità, il suo talento, la sua interpretazione profonda e cantautorale, la sua voce e lui che non è emo. È emo per voialtri che forse dovreste abbandonare il mondo della musica, dovreste urticarvi le orecchie. E gli over 25 non li avevo io.
Claudia Mori: io e Adriano siamo felici. Ha vinto la mia categoria, ha vinto uno di colore, peccato solo non sia una donna. Perchè noi donne veniamo sempre penalizzate dalla violenza su noi donne, dalle foto brutte dei reality, dalla maternità, dal buco nell'ozono su noi donne, dalle banalità su noi donne, da noi donne. Adriano ha detto che Barack è rock e Facchinetti è lento.
Il bravo presentatore Francesco Facchinetti ha dichiarato laconicamente con le uniche parole che ha imparato a memoria oltre a pusc de botton: A VOI LA DISANI...ehm...DISAMINA.
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martedì, 06 ottobre 2009 |
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BASTARDI SENZA GLORIA
(on the air: David Bowie - Cat People)
Lo abbiamo atteso per mesi. Eccolo. Quentin Tarantino è tornato e si è consacrato anche all'occhio dei critici. Ne sentivamo il bisogno, sì. Adesso per tutti è dio. Per chi non aveva bisogno di Bastardi senza gloria e nemmeno di Kill Bill, Quentin era già dio, forse anche più di dio, da Le Iene e Pulp Fiction arrivando a Jackie Brown.
Inglourious Basterds, così, con gli errori di ortografia nel titolo, è un'opera ambiziosa, colossale. Due ore e quaranta di film di guerra che non è film di guerra. Se fosse film di guerra ci sarebbero spari, molti più spari dei pochi che sentiamo. Ma per fortuna, io che non reggo i film di guerra, mi sono salvato. Gli spari sono le parole.
Cinque capitoli per presentarci tutti i personaggi, questo è molto Quentin. Non si può non far caso, ad esempio, alla presentazione di Hugo Stiglitz, il bastardo tedesco ammazzanazisti: lì è il solito Tarantino tra primi piani truci e scritte gialle.
Ho riconosciuto Quentin tante volte, in realtà.
La preparazione di Shoshanna Dreyfus (l'attrice Melanie Laurent) alla vendetta ebrea non è dissimile da quella di Beatrix Kiddo in Kill Bill. Ma tutto sommato può far pensare anche alla preparazione per uscire di Mia Wallace in Pulp Fiction.
David Bowie e la sua bellissima Cat People, danno alla scena, tra le più affascinanti e poetiche del film, una connotazione ben poco anni quaranta, se non fosse per i colori, davvero spettacolari.
Il feticismo plantare del regista è stavolta affidato alla bella Diane Kruger e alla citazione di Cenerentola.
L'incedere dei bastardi è lo stesso incedere dei killer corrotti di altri film. Cambia la scena, cambia il film, non la camminata. Cheppoi è contaminata da Sergio Leone.
I dialoghi. Uno in particolar modo, fulmineo, in una situazione di estrema tensione. Brad Pitt, un soldato nazista appena diventato padre e lo stallo messicano. Ascoltatelo e ditemi. L'intera situazione di tensione e il dialogo ricordano il modo in cui Samuel L. Jackson-Jules Winnfield si rivolge a Tim Roth-Zucchino durante la rapina all'Hawthorne Grill in Pulp Fiction.
Il proiezionista negro è anni quaranta quanto io sono mia nonna.
Sembra l'ispettore Tibbs. Persino la colonna sonora diventa seventies nel momento in cui lui, sudato, è pronto ad attuare la vendetta di Shoshanna. Qui c'è il Tarantino appassionato di blaxploitation anni settanta. E il riferimento vola inevitabilmente a Jackie Brown.
Le novità sono però altrettante:
Il perfido Hans Landa, ufficiale delle SS, il cacciatore di ebrei. Scaltro, deduttivo come pochi, assetato di potere. L'attore che lo incarna, Christoph Waltz, un tempo conosciuto come comparsa nei telefilm di Derrick, rischia l'Oscar dopo aver vinto la Palma d'oro. Il perché lo capirete. Assassino sì, ma anche e soprattutto uomo colto, intelligente e affabulatore. Usa tutte le lingue che sa (tedesco, francese, inglese, italiano) per arrivare al suo scopo. Sa bere il latte, sa mangiare lo strudel, sa accostarsi a un fiasco di chianti. Costui nell'universo del regista è un personaggio difficilmente accomunabile a chiunque altro. E secondo il mio modesto avviso entra a far parte della storia del cinema.
La figura dell'attrice-spia Bridget Von Hammersmark (mi chiedevo...perché Bridget, nome inglese, e non Birgit o Brigitte che è tedesco? mah!), è anch'essa inedita per il regista. Affascinante dark lady, diva del cinema tedesco quanto Lilì Marlene, spia inglese, tremendamente noir. Hanno detto che il personaggio di Diane Kruger sa un pochino di Hitchcock. Io tenderei a confermare. Anche se poi, star troppo a guardare tutta sta roba di citazioni è inutile. Tarantino è un cinefilo a 360 gradi, potrebbe aver citato anche Top Secret! di Abrahams&Zucker.
Geniale è vedere Hitler che si gode un film con interprete un soldato tedesco (pur non intelligentissimo, questo crucco innamorato sarà il perno di tutta la vendetta ebrea) che da una torretta di un paesello italiano riesce ad ammazzare quasi trecento persone in tre giorni. Il Führer sembra uno di noi mentre guarda divertito un trailer insensato di quelli inseriti prima di Grindhouse.
Strano vedere Churchill silenzioso in fondo a una stanza rossa con un mappamondo che funge da mobile bar. A me ha ricordato qualcosa di Lynch.
E nella stessa stanza Mike Myers, Austin Powers per capirci, che interpreta il generale Ed Fenech, il cui nome è un omaggio smaccato a Edwige.
Andrei anche avanti con Eli Roth, regista splatter di Hostel, ebreo yankee che piglia a mazzate da baseball i nazisti prima di fargli lo scalpo splatter, il manipolo di bastardi (spicca il già citato Hugo Stiglitz, talmente cattivo da risultare simpatico) comandati da Aldo Rayne, un Brad Pitt compiaciuto nel suo ruolo. Peccato solo non vedere in lingua originale la scena in cui Brad Pitt, Eli Roth e un altro bastardo, si improvvisano siciliani e vengono tragicamente sgamati da Landa, che siccome è poliglotta parla pure il siculo. Non perdetevi le facce da padrino di Brad Pitt, sono esilaranti.
Ma a parte le chicche? S'è capito che ho difficoltà a recensirlo? S'è capito perché di solito le chicche vanno alla fine della recensione, se c'è tempo.
Il film è bello, non stanca quasi mai, è stato tagliato per stare nelle tre ore e forse qua e là la trama ne risente. Trasuda amore per il cinema, quest'opera. Il tema ricorrente della vendetta è stavolta affidato al cinema come settima arte e anche come luogo fisico. Tutto lo stato maggiore nazista è riunito dentro un cinema parigino in cui, per forza di cose, confluiranno tutti i personaggi rimasti vivi. È al cinema che muoiono i cattivi, no? E allora è lì che bisogna provare a farli fuori, chi per vendetta personale (Shoshanna, giovane ebrea cui Landa ha massacrato la famiglia), chi per far finire la guerra (i bastardi senza gloria e i governi alleati).
Girato divinamente, Inglourious Basterds è un gran bel filmone. E giuro che non lo dico da Quentin-addicted. Anzi, ero molto perplesso fino ai titoli di testa e anche più in là. Intendiamoci, Pulp Fiction e Le Iene sono sempre i migliori e forse resteranno tali, ma quello che non smette mai di sorprendermi di quest'uomo è il suo amore smisurato per il cinema tutto. Una cinefilia che gli permette di prendere il meglio persino dalla spazzatura. E se con Kill Bill aveva raggiunto il suo apice di bravura non tanto per il film in sè che trovo inferiore ai primi, ma proprio per la regia mostruosa, consentitemi di dire che questi Bastardi sono girati ancora meglio.
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venerdì, 11 settembre 2009 |
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IL PAGELLONE DELLA ICS FATTOR E IL MISTERO DELLE YAVANNA
(on the air: Muse - Uprising)
Ho visto la prima di X-Factor. Oh, non m'era mai successo. Però, complice quella recentissima finale che mi lasciò tanta amarezza e che vide il successo di Anticaja e Petrella Becucci, mi sono ritrovato a guardare di nuovo l'avvincente (?) reality canoro. La mia gioia principale era certamente quella di non vedere più la Ventura, di non sentirne più le parole collocate dal fato ove più gli piaceva. E molto spesso il fato non sceglieva granchè bene. E le urla, dio, le urla da oca megafonata non ci sono più.
Quindi io comincio con il dare un bell'8 tondo all'assenza della Ventura, presente solo telefonicamente per un par di minuti.
I giudici e il bravo presentatore:
Morgan 6,5: sottotono, col capello corto da vecchio malaticcio e la maglietta Just Cavalli con sopra Pasolini. Così non è più glamour, è una caricatura radical-kitsch. Ma fa il suo. E si guadagna gli applausi della curva quelle due o tre volte che distrugge Sapientino Pastore, degno sostituto di Bordone (ma è davvero necessario che costui faccia TUTTE le puntate?). Non so quanto sia fuori programma ma dà anche due rispostacce alla Mori e fa una battuta su Celentano che sfugge ai più, quando il donnone dice che lei non gradisce il rock e lui dice una cosa tipo: apposta poi qualcuno fa certi dischi...
Morgan è rock, la Mori è lenta.
Vuole vincere di nuovo e forse qualcuno per farlo lo ha già scelto.
Crescerà nel corso delle puntate. Speriamo anche i capelli.
Mara Maionchi 7: una sicurezza, un panzer. Tirata, dimagrita, abbronzata, è lei la star. Poi magari è anche fin troppo sedata. Ma gli spunti li trova. Magnifica la critica a "Gli uomini (non cambiano)" di Mia Martini. Non per tutto il discorso che fa, ma semplicemente perché duepalle di canzone ed era ora che qualcuno lo dicesse. Poi la Mori ne trae un pippone aberrante.
Ha di nuovo i gruppi e se ne compiace.
Claudia Mori 5: il donnone entra nel personaggio. Ossia, sarebbe più giusto dire che i personaggi sono dentro di lei, visto che sembra si sia mangiata la Ventura e tutti e tre i Bastardi.
Lo ammetto, sono prevenuto, è la moglie di Celentano e io Celentano non lo sopporto.
Ma mi sostituisce la Ventura e almeno ha gusti musicali migliori (ci vuole poco), come dimostrano alcune canzoni cantate dai suoi. Però, tra la parrucca modello matassa della nonna e alcune discussioni banali e retoriche più di quelle del marito, la signora non passa l'esame. La violenza sulle donne blabla, gli uomini cattivi blabla...vabbè che non vai in televisione da quando Mike Bongiorno era un virgulto, però il sessismo sessantottino (stroncato da Morgan) puoi lasciarlo ai film di Placido. Aspettiamo di capire se dalla prossima puntata si sarà teletrasportata nel 2009.
Francesco Facchinetti 4: il signor "puscdebotton", marchettato e vestito da ics fattor anche durante l'ispettore Coliandro, non è cambiato. Ma infatti nessuno gli chiedeva tanto. Bastava uscire dal portone con la Ventura e continuare a farsi portare a spasso da lei. E invece no. Scurito di carnagione e di pelo, ha un aspetto più fighetto e meno irritante. Ma poi parla. Dal Piccolo Dizionario Limitato e Tascabile di Simona Ventura preleva le paroline DISAMINA (usato una decina di volte in meno di dieci minuti), DIATRIBA e VISCERALE. L'inglese? Senza voto e gli si fa un favore a non darglielo. E non sarebbe nemmeno difficile imparare quel poco d'inglese che bascula nel programma. L'unico guizzo? quando zittisce la Mori.
C'è anche Noemi (voto 7) che duetta bene con la Mannoia. Però è vestita malissimo e sembra un supplì.
Al volo i concorrenti:
Categoria 16/24 (Morgan)
Chiara 7: bollata da Sapientino Pastore come la nuova Susan Boyle, forse un po' anche sì. È brava, questa dolce megattera. E può vincere, anche se la canzone di Chaplin, sì insomma, 'na lagna.
Marco 6,5: può essere il Daniele Magro magro. Movenze gaie, sguardo acquoso e capigliatura modello "schiaffo della pina". Fa Micheluzzo Jackson e lo fa bene.
Silver 4: o Peter Ghiaccio, come vuole chiamarlo Morgan. Usa violenza sulla povera Rimmel di De Gregori. Ciò basterebbe per farlo sparire, questo bimbetto da pubblicità della Smeeemo o anche del Frùttolo. Invece c'è di peggio. Però Morgan, fà qualcosa, te ne prego.
Ornella 5,5: canta Malo e la canta non proprio beno. Scusatemi, mi ricompongo. Sembra più una valletta sudamericana di Guida al Campionato. Intanto è gnocca, poi vedremo.
Categoria 25+ (Mori)
Damiano 7: coraggioso, porta De Andrè. E lo fa pure bene, per il pezzettino che ho sentito (mi stavo spostando in macchina, è l'unico che non ho ascoltato per intero). Sicuramente, se canta così, piacerà al pubblico maturo e impegnato. L'alternativo barbuto -basta che non sia troppo caricato- ci mancava. Vediamo se dura, di certo è comunista e dunque a rischio eliminazione.
Francesca 6: al centro della DIATRIBA sulla canzone di Mia Martini, scompare un po'. C'è tempo per vedere questo amabile Mocio Vileda in azione.
Francesco 5: non sfrutta You're So Vain, peccato. Anche perchè se non fosse stato moscio sarebbe andato avanti, ha la voce un po' Damon Albarn e le phisique du Becucci più figo. Anche dopo, allo spareggio, sembra quasi che abbia fretta di andare sotto la doccia senza ritorno. Ne faremo a meno.
Sofia 5,5: Sofia? ah sì, Sofia. Falco a metà di Grignani, pure fomentatissima. Sì, Sofia. Mah.
Categoria Gruppi Vocali (Maionchi):
A&K 5: la triste storia di un ragazzo similzeroassoluto innamorato della musica e di una dolce bimba magari innamorata di lui che però è figlia di un dipendente RAI e allora viene esclusa. Quindi a lui viene affiancato un Daniele Vit qualunque, scarto di un par di Sanremi giovani e scarto della Mori. Fuori la bimba-RAI, dentro un riciclato. Fanno gli uddue poi si salvano allo spareggio. Bravini, ma male assortiti. Ammetto che mi piacerebbe vederli fuori.
Luana Biz 6,5: nome da sitaccio a pagamento, c'è chi li vede insopportabili, c'è chi li vede come nuovi Aram Quartet, c'è chi si vede che non li sopporta a pelle, ma finisce per ricredersi, almeno per ora (Morgan). Fanno bene le canzonette di Bennato e sputazzano intonati nel microfono.
Horrible Porno Stuntmen 6,5: direttamente dalla riviera romagnola anniottanteggiano con look e Tainted Love. Facchinetti ha il coraggio di prendere per il culo la Maionchi per la pronuncia in inglese. Ci vuole davvero tanto coraggio, Facchinetti. Comunque aspettiamoli, pur non ispirando simpatia come i montanari Bastardi. Ma pure per loro ci volle un po'.
Yavanna, inclassificabili: cosa dire? ma cosa cacchio devo dire? ma davvero esistono? non è una proiezione malata della minuscola parte fantasy del mio cervello, vero? Tre sorelle vestite da elfe, con tanto di parrucche e orecchie a punta incorporate cantano Con te partirò. L'insieme risulta più disturbante persino dei lobotomizzati della Tim. Mi meraviglio della Maionchi. Mica vorremo portarle avanti come i Farias? O forse sono i Farias riciclatisi in veste di fatine. In ogni caso io ho paura e la prossima volta che le vedo accendo lo zampirone per tenerle alla larga.
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martedì, 08 settembre 2009 |
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VITA PARALLELA&POSSIBILE vs VITA REALE&UN PO' IMPOSSIBILE
(on the air: Virginiana Miller - Tutti al Mare)
Un'altra realtà, l'ennesima altra realtà. A pensarci bene quando te ne vai all'estero fai lo sforzo di pensare come sarebbe vivere lì, prendere determinate abitudini, mangiare il loro cibo e la lingua e ancora tutto il resto. Ho fatto tanta strada a immaginare e non ho mai pensato come sarebbe vivere in Italia, da un'altra parte. Non l'ho mai pensato perché ci tengo troppo alla mia città, agli affetti, al caos che contraddistingue Roma. E soprattutto perchè probabilmente un po' reggerei pure, ma poi non ce la farei. Però durante l'ultimo weekend sui colli pisani, per l'ennesimo matrimonio, ammetto di averci pensato di più. Sarà colpa di settembre, della ricerca del lavoro che qui è una giungla, di gente che mi ha fatto girare i coglioni qui in loco? Forse. Ma a volte le decisioni si prendono proprio perchè influenzate dagli eventi. Con questo non sto dicendo che me ne vado da Roma. Non mi ritengo ancora pronto per un gesto simile, per giunta non motivato da alcuna opportunità lavorativa. Anzi, probabilmente rileggerò tutto questo tra una settimana, un mese, un anno e ci riderò su. Però adesso va così, signori. Colpo di scena: potrei abituarmi alla vita di paese. Non qualsiasi paese, è chiaro. Non nella bassa padana, piuttosto la morte, e nemmeno dove non conosco nessuno. Ma se c'è un posto che non ti dispiace, c'è gente che conosci che a volte sembra stimarti più dei quattro coglioni che stanno qui, sei abbastanza vicino a Roma e agli affetti, la casa ti costa meno e forse riusciresti a trovare un lavoro vero, non come la merda che ti offrono qui, ci pensi, cazzo se ci pensi.
Ora tutti diranno che è colpa di settembre. Ditelo, magari lo è o magari lo è solo in parte o forse anche per niente. Dovevo scriverla questa cosa. All'inizio pensavo di no, però secondo me mi fa bene, in un modo o nell'altro. Immaginarmi mentre saluto il vecchio in bicicletta invece di tentare di metterlo sotto, immaginarmi di gironzolare per strade extraurbane stando attento agli autovelox invece che ai motorini che tagliano la strada, respirare aria meno soffocante, fare una vita meno stressante. Non lo so, al momento mi alletta. C'è solo il timore di sentirsi in gabbia e ripensarci in due settimane. Al novantanovepercento passerà anche questo momento di crisi con la mia città e coloro che la occupano, tanto più che il caldo pare essersi finalmente levato dalle palle insieme ai suoi ammiratori. Ma se non passa il momento, restate sintonizzati sulla tacchetta delle novità, ché non si sa mai.
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martedì, 25 agosto 2009 |
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TUTTI I PRONOMI DI BARCELLONA
(on the air: Macaco - Moving)
Il verbo essere coniugato e applicato alla mia seconda volta a Barcellona.
Io sono spagnolo. Anzi sono catalano. Ho orgoglio da vendere. Lo metto ovunque il mio orgoglio. Nella mia lingua prima di tutto: così vicina e così lontana dal castigliano. Ci metto l'orgoglio negli stemmi che dominano e colorano le vie, le insegne, i mezzi pubblici, il mare della mia capitale. Lo stesso orgoglio che mi trascina con altri novantamila allo stadio per una semplice amichevole contro gli odiati inglesi. L'orgoglio campione di Spagna e d'Europa, con un allenatore che si chiama Pep Guardiola e un capitano di nome Carles Puyol, catalani purosangue che mi danno il benvingut. Sono catalano fin dentro il piatto che ho sulla tavola. Sono catalano quando mi trucco perbene per fare il mio show di mimo professionista davanti a tutto il mondo pronto a sgranare gli occhi mentre fa lo struscio sulle Ramblas. Sono catalano e canto canzoni di protesta col mio gruppetto folk rock in mezzo alle viuzze del quartiere/paesino di Gracia, piene di festoni colorati, appunto per la Festa Maior de Gracia, che ogni anno si dipana durante la settimana di Ferragosto. Sono catalano e forse non m'importa nemmeno più di tanto se ho il mio skateboard e brucio l'asfalto della piazza antistante al MACBA (Museo d'Arte Contemporanea) nel malfamato quartiere del Ravàl o vado a inciuccarmi in qualche localino trendy del Born. Comunque io sono catalano, voglio la mia indipendenza e me la prendo anche sotto il re.
Tu sei latinoamericano. Non importa di dove: Perù, Cile, Uruguay, Argentina. O al limite sei filippino. Sei venuto qui perché ti integri facilmente, perché il tuo sangue s'è mischiato qualche secolo fa con quello dei conquistadores che hanno invaso la tua terra e ti hanno lasciato in eredità la stessa lingua. Sei ovunque. Sei un artista di strada che suona uno strumento andino, sei una signora con mille bambini da tenere d'occhio sull'autobus, sei uno studente col massimo dei voti, sei un tassista o un uomo d'affari, vendi le lattine di birra Estrella camminando per i vicoli del Barri Gotic, hai un banco di frutta variopinta al mercato della Boqueria, sei semplicemente un ragazzo o una ragazza che ha voglia di divertirsi sulle spiagge, nelle discoteche di una città che ormai è tua, magari già da un paio di generazioni. Qui, sei uno di casa.
Lui è senegalese. Ride poco, fa il lloguer de amaques i parasoles (noleggiatore di lettini e ombrelloni) su una spiaggia, la platja de la Mar Bella, che dovrebbe essere per i nudisti, e invece al massimo c'è un uomo nudo ogni tanto e tante signore e ragazze in topless. Non gliene frega niente. Non guarda in faccia nessuno, ride meno di zero, è un po' acido ed è introverso. E a me fa pure un po' strano, abituato a vedere spesso i grandi sorrisi bianchi degli ambulanti casinisti senegalesi di Roma, che di certo non se la passano meglio di lui. Prende i soldi per conto del comune, strascica nella sabbia i lettini beige piuttosto sporchi, apre e chiude gli ombrelloni rispettando ogni mattina le linee rette della spiaggia manco ci fossero dei segni per terra. Intercambia la maglietta ufficiale da noleggiatore con quella senegalese, porta i pantaloni lunghi e le scarpe da ginnastica. E a un certo punto pure lui che sarà abituato all'Africa, suda. Ogni tanto mister simpatia abbozza un sorriso, ma più che altro riordina i soldi; come quando decido di mollargli cinque euro in monetine molto spicce, sghignazzandogli alle spalle.
Lei è cinese. Ha un'età imprecisata dai 25 ai 40 e fa massaggi sulle platjas cittadine, da Nova Icaria a Bogatell, da Mar Bella a Nova Mar Bella. Unge e tocca corpi di ogni tipo. Dalle signore tettone in topless ad americani panzoni e viscidi non solo per l'olio solare. Accetta non tanto di buon grado le avances di un signore spagnolo di mezza età con accanto la sua compagna molto più giovane. Lei, la cinese, si guarda intorno imbarazzata e si rivolge ai vicini di ombrellone...hello massages. Ma alla fine cede all'offerta di un lettino sotto l'ombrellone, a sfilarsi per un po' i jeans da lavoro e bersi una limonata ghiacciata. L'uomo laido pagherà il disturbo, oltre a farsi massaggiare, a piacioneggiare, a ballare e canticchiare insieme a lei, che fa sorrisi finti dando vita a una scena comica, ma che non ci sarebbe poi molto da ridere. Il tutto mentre Lady Laida si annoia senza mostrare un benchè minimo segno di gelosia. Lei non è mica l'unica massaggiatrice cinese. Ce ne sono tante e alzano più di qualche soldino, anche se l'igiene va a farsi fottere tra un massaggio senza guanti ad una schiena madida di sudore e un panino con la mortadella preparato per sè all'istante con quelle stesse mani. Ma non interessa a lei e nemmeno a coloro che come balene spiaggiate si fanno scrocchiare le ossa sotto il sole.
Noi siamo italiani. Siamo italiani quando ci ritroviamo ad incazzarci per le valigie disperse chi a Fiumicino chi a Malpensa. I miei timori prepartenza erano fondati: la Noe la recupera dopo tre giorni e dopo mille peripezie. La vacanza ci si rovinerà non poco. Siamo italiani quando prima origliamo i discorsi da spiaggia per averne la certezza, eppoi ci chiediamo a vicenda di controllare gli zaini lasciati sotto l'ombrellone mentre ce ne andiamo a fare un bagno. Siamo italiani e cafoni. Sempre i più cafoni. Non che i cafoni stiano solo da noi, eh. Però ci difendiamo bene. Esempio: c'è chi si lamenta perchè non gli servono la colazione in albergo. Motivo? S'è presentato due minuti oltre il tempo limite. Che mi chiedo: ma se ti svegliassi due minuti prima e montassi in ascensore ancora cogli occhi chiusi, invece di frignare contro il personale anche fin troppo gentile con te? Altrimenti scegli la via di classe: fai il signore e vattene al bar di fronte, che il caffè lo fanno anche meglio. No, paghi altri otto euro, oltre ai quindici di default, smadonnando per un cappuccio e cornetto. Cafone e pure un poco coglione, se permetti. Siamo italiani e lavoriamo qui. C'è chi è sardo e fa il tassista. È partito per la Spagna per starci una settimana e poi s'è fermato dieci anni. Si accorge che siamo romani, ma ci racconta che ai milanesi non dice di essere italiano perché gli stanno sulle balle. Chi fa la commessa, chi serve cibo orientale rivisitato, in un locale chic sulla spiaggia della Barceloneta. Siamo italiane noi donne che svaligiamo negozi e centri commerciali perché qui Desiguàl costa molto meno che da noi. Ma ormai cosa c'è di Desiguàl nel nostro modo di vestire? Niente, siamo tutteuguàl. Siamo padri annoiati da bambini che strillano e non sanno dove si trovano perché sono troppo piccoli per capire il mondo, però si divertono da matti dentro il tunnel degli squali all'Aquarium. Siamo ragazzi venuti qui per rimorchiare, o di passaggio per andarcene a Ibiza o a Formentera e raccontare della ragazza ubriaca beccata in discoteca e conosciuta carnalmente fino all'alba. Eppoi creare un album di foto stronze su Facebook al ritorno, tanto per sentirsi uno stereotipo fino all'elastico del mutandone fuori dai jeans. Siamo italiani e ogni tanto, oltre che di tapas, sangrìa e paella, ci cibiamo anche di cultura restando scioccati dalle incredibili e crude foto di guerra -civile spagnola e seconda mondiale- del grande reporter Robert Capa e della sua compagna Gerda Taro, in mostra al MNAC - Museo dell'Arte Catalana. O restando ammirati davanti ai capolavori esposti al museo dedicato a Pablo Picasso e ammaliati dalle vecchie navi del Museu Maritimo. Siamo italiani, popolo di navigatori e viaggiatori. Ci ritroviamo in tanti fin sulla sperduta montagna di Montserrat a visitare un monastero sovrastato da veri e propri giganti di roccia. Del resto al porto vecchio c'è un italiano vissuto nel quasimilleccinque che scruta il mare in cima a una colonna altissima. Qui, il buon Cristoforo lo chiamano Colòm, forse per quello stesso strano meccanismo per cui da noi Thomas Moore si chiama Tommaso Moro e Descartes è Cartesio.
Voi siete americani. Nel senso di statunitensi. Siete tantissimi, più di quanto mi possa aspettare. Siete bianchi o neri, ma tendenzialmente vi si riconosce perchè vestiti male, tendenti all'obesità e l'inglese lo parlate come se aveste perennemente un chewingum di due metri cubi tra i denti. Appena vedete uno che potrebbe essere del vostro paese, lo salutate con enfasi. A noi è successo. Voglio sperare che abbiate equivocato solo per il nostro essere una coppia interrazziale. Perché per quanto riguarda lo smascellamento, l'obesità (pur non essendo io un peso piuma) e il vestirsi male, non ci siamo poi tanto. Vi cercate, giovani o vecchi che siate. Negli alberghi, per strada, al ristorante, sulle spiagge, vi conoscete e fate gruppetto. Siete figli di una superpotenza mondiale, siete apparentemente emancipati, eppure siete provinciali quanto quelli che abitando in un paese di due anime, se s'incontrano da qualche parte cominciano a parlare dei fatti dell'intero albero genealogico.
Loro sono francesi. Sono coppie in cerca di una vacanza romantica, famiglie con bambini e soprattutto tante, ma tante ragazze e ragazzine col naso all'insù e la erre moscia. La Francia è vicina e si vede. Tanto che forse, se dovessi dare un consiglio ai maschietti che hanno un debole per le francesi, gli direi di andare a Barcellona e non stare a perder tempo con Parigi. Loro sorridono maliziose, a volte parlano a voce alta a costo di sembrare maleducate e tutto sommato forse un po' lo sono anche. Ogni tanto sono spocchiose - i luoghi comuni non sempre sono da crocifiggere- e quando ci capita di essere più rapidi di loro a sederci sull'autobus, c'è un minimo di soddisfazione, tanto per non smentire la naturale antipatia verso i cugini d'Oltralpe.
Barcellona vista per la seconda volta è tutto questo e molto di più. Va oltre la Sagrada Familia e le altre meraviglie di Gaudì, va oltre l'infida e tentacolare movida notturna incastrata tra il mare e le due torri grattacielo Arts e MAPFRE, va oltre se stessa. E il meltin' pot, il punto di fusione, è totale. Accompagnato, a questo punto mi sembra quasi ovvio, dalla spietata aria rovente di un agosto in Catalogna.
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venerdì, 24 luglio 2009 |
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PER CUI LA QUALE: CICALE CICALE CICALE
(on the air: Julie's Haircut - Satan Eats Seitan)
M'è finita la stagione dei concerti (Nouvelle Vague, Subsonica e il concertone indierock che vi ho raccontato). M'è finito il lavoro, aspetto l'ultimo stipendio per dirmi disoccupato, ma intanto mi professo meschinamente in ferie. Non v'è dubbio alcuno che questo limbo, lasso di tempo che mi separa dalla partenza per Barcellona è un limbolasso completamente vacuo. Con questo non voglio dire che chi è ancora chino sulla scrivania, sui libri o su se stesso, stia meglio di me, anzi. Sta peggio. Questo stronzo periodo che ci divide da mète più o meno esotiche, dai sette mari, dalle otto montagne e dalle nove capitali del mondo è definitivamente uno stronzo periodo. Scollinato mezzo luglio, siamo qui ad annaspare sotto la vampa africana senza possibilità di refrigerio che non sia artificiale. Siamo ridotti tutti come quei ciclisti che vedono il traguardo in lontananza, ma il fiato per lo sprint, quello, non lo trovano nemmeno scavando con la ruspa nei polmoni. E Dio, sono sicuro che anche i pensieri piccoli o grandi che siano, vi fanno sudare le proverbiali sette camicie che dovrete dunque lavare e rilavare in attesa dei suddetti sette mari. Qui amici miei, non è nemmeno più una sfida personale con il caldo -quella è persa in partenza- è solo una questione di resistenza mentale e fisica. E non siamo nemmeno stipendiati da un lurido produttore di reality show, nemmeno quello, cazzo.
Personalmente, lo sapete, odio l'estate e il suo effimero modo di ritemprarti. Chè uno torna ai blocchi di partenza più stanco, scoglionato e pensieroso di quando ha preso il primo volo per sfanculandia. Per riposarsi davvero, bisognerebbe dormire quindici giorni filati nella tundra siberiana, altro che salarsi come i baccalà in mezzo a una spiaggia piena di teste. Ma non saremmo soddisfatti comunque.
E allora cosa ci resta? Una colonna sonora inconfondibile: le cicale. Dormi nel tuo letto e queste cazzo di cicale stanno lì a darti la buonanotte. Apri gli occhi evvualà, le cicale sono lì che cantano e sembrano dirti che è arrivata l'ora di svegliarti per consumare un'altra giornata di limbolasso. Esci per comprare il costumino nuovo, la pappa per la sera, una birra tiepida, e loro, gli insetti più idioti del creato, sono lì a fare questo sporco lavoro che qualcuno deve pur farlo. Ma anche no, dico io. La cicala è talmente imbecille che, nonostante non abbia mai amato la formica, nella nota favola ho sempre fatto il tifo per quel pugnace seizampe comunista.
E ormai ho consumato le ultime energie rimaste per scrivere queste due amenità. Credete forse che nel frattempo le cicale abbiano smesso di intonare il loro peana di 'sta minchia? La risposta è scontata ed è no. Hanno iniziato a cantare il primo luglio e smetteranno non prima dell'inizio di settembre. Nemmeno il fu Festivalbar era così preciso. Me le immagino, queste assurde bestie, salire sul palco dell'Arena di Verona e sbaragliare i dischetti estivi di Ramazzotti, Zucchero e Vasco. Beccarsi il disco d'oro da Cecchetto e crepare due giorni dopo al primo refolo d'aria fresca sotto i ventuno gradi Celsius. Se non risorgessero l'estate successiva, finirebbero persino nella leggenda tipo Michael Jackson o Elvis the Pelvis.
Però nel corso della mia guerra, ho vinto almeno una battaglia. Tradito dal ventilatore assassino, nel pomeriggio ho starnutito talmente forte che le stakanoviste della rottura di coglioni sono state zitte per ricchi dieci minuti. Allora sapete che faccio? Faccio una fulminea puntata in Messico, rapisco qualche maiale malato, me lo porto qui e ci faccio la mortadella. Mi prendo la febbre suina, mi salvo (non crederete davvero alla colossale balla che su soggetti sani sia mortale, vero?) e starnutisco in quantità industriale fin quando non le stermino tutte una ad una per sopravvenuto infarto. Non avendo neanche il tempo di deporre le uova, in un amen le belve saranno scomparse, se non dal globo, almeno dalle zone ammè limitrofe. E si fottano la catena biologica e l'ecosistema, s'è estinto lo smilodonte e noi siamo ancora qui a boccheggiare più che mai. Quindi, delle cicale, proprio non ci cale.
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mercoledì, 15 luglio 2009 |
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Ataru presenta:
LIVE!
VIVA I FRANZ FERDINAND, SHAME&BLAME SU THE KILLERS
(on the air: Franz Ferdinand - No You, Girls)
L'ippodromo delle Capannelle alle 6 di pomeriggio è un inferno di caldo e polverone. Ti penetra nel naso, negli occhi, nel cervello. Dopo vari contrattempi tipo scomparsa delle chiavi di casa della Noe sotto un pacco di merendine, stronzo col suv in doppia fila che mi blocca la macchina, siamo arrivati. Ci fanno parcheggiare in un campaccio talmente lontano che i posti a sedere, mentre percorriamo le campagne della via Appia, potrebbero essere un miraggio. Siamo attrezzati con panini d'ordinanza,tigelle con la mortazza, acqua q.b.o quasi, Coca Cola bollente, Fonzies alla paprika, merendine Pan di Stelle, la birra no, che fa solo sudare di più. Tutto autoprodotto e rigorosamente portato da casa. Sulle tribunette dove di solito si incita il purosangue di turno c'è già il sold out delle grandi occasioni. Inutile dire che il sottopalco se lo possono tenere le groupies rincoglionite. Inoltre 5 ore in piedi in mezzo alla folla urlante non era per me a 20 anni, figuriamoci a quasi 35. Troviamo un posto di fortuna sugli scalini, fin quando un quarantenne inglese di quelli che potrebbero ingurgitare 8 litri di birra in una sera, non libera due dei seicento posti che aveva preso per i suoi compari britannici. E dopo aver ripetuto migliaia di volte "ciuccio occupaci", ha pietà di noi che rapidamente ci accaparriamo i sedili alla faccia delle ragazzine in caccia.
Alle 19,30 salgono sul palco i White Lies, gruppo supporter dell'evento. Sono indie, sembrano soprattutto i vecchi Killers, ma prendono qua e là dai Cure, dai Killing Joke, dai Joy Division, dagli Echo and the Bunnymen, ma anche Interpol, Editors, a un certo punto ci sento pure una spruzzata di U2. Il pubblico gradisce la mescolanza, se c'era bisogno di scaldarsi con 35 gradi piantati nelle ossa, i White Lies contribuscono in maniera onesta con una buona esibizione di un'oretta. Sfonderanno questi fanciulli londinesi, la stoffa c'è. Quasi più dal vivo che su disco. To lose my life spacca dibbrutto.
Noi si fa pausa cena. Una bambina si porta dietro la mamma: ballerà più la mamma di lei, nonostante sia attempata, nonostante non abbia propriamente le fisique du role, nonostante sicuramente non conosca nemmeno mezza canzone. Applausi per la mamma indie.
Ore 20,50. È l'apoteosi. Senza troppi fronzoli, i Franz Ferdinand fanno il loro ingresso nell'arena. Alex Kapranos, un dandy scozzese che oltre ad avere un cognome improbabile e a fare il cantante si diverte a scrivere guide culinarie dei paesi che visita, non puoi non amarlo da subito. Un gourmet con un'energia e una voce che nulla hanno da invidiare a più celebrati frontmen rock. Subito This Fire, a seguire Do You Want To, Katherine Kiss Me e via così alternando vecchie e nuove. Spettacolare l'esecuzione di 40 ft., peraltro una delle mie preferite. La allungano fino a 7 minuti e non stufa mai. Alex e il chitarrista Nick Mc Carthy (vestito praticamente da boy scout), si improvvisano cubisti e, complice il maxischermo sul retro, diventano ombre. Esibizione tarantiniana, l'abbiamo definita. Sembrava una delle scene più evocative di Kill Bill volume 1. Take Me Out scatena anche chi magari è qui solo per vedere i Killers. Il chitarrista fa il bagno di folla oltrechè di follia, sfilano via a tutto godimento The Dark of The Matinee, Michael, la mia adorata Auf Achse, le recenti Ulysses, No You Girls e via dicendo. Chiude Lucid Dreams in stilosissima versione disco, dopo una gustosa esibizione dell'intero quartetto alle percussioni. Il tutto concentrato in un'ora e dieci e favorito dal fatto che le loro canzoni sono abbastanza brevi. Con una simile iniezione di adrenalina e di bravura -penso- per The Killers sarà dura essere migliori. I Franz Ferdinand hanno tutto. Presenza scenica imponente, tecnica sopraffina. Il cerebrale Kapranos col suo vocione parla persino italiano ("fate casino" m'è piaciuto), ha imparato un po' di parole con una buona pronuncia.
Gli inglesi vicino a noi sembrano totalmente disinteressati al concerto, al quale preferiscono il bar. Birra, ma anche acqua, incredibile. Ci piombano tra capo e collo due ragazzine infoiate fan dei Killers. Scopriremo più tardi che invece di cantare strillano sguaiatamente, conoscono 3 canzoni e urlano "bravi ragazziiii", "beneeee, molto beneee". Bene? Molto bene? Nemmeno la mia immaginaria zia ricca al concerto di Fred Bongusto griderebbe una simile insensata anticaglia.
Il palco smontato e rimontato in fretta e furia, diventa un trionfo di led, lucine glam, palme finte e quant'altro. Via, giù, sono le 11 e qualcosa quando Brandon Flowers -detto Brando Fiori- e soci, fanno il loro ingresso tra la folla in delirio. "Noi siamo The Killers e questa sera siamo vostri", fa Brandon. Parte Human, le pischelle strillano a morte. Sembra il deliquio di quasi trent'anni fa per i Duran Duran. A parte Somebody told me, si va avanti con i pezzi dell'ultimo album Day&Age: un po' per quello, un po' per evidente cottura fisica, ci muoviamo poco e sbadigliamo copiosamente. Sono canzonette pop ben incartate (salvo forse The World we Live in e la simpatica I Can't Stay), per carità, ma niente a che vedere con gli esordi di Hot Fuss e il sèguito di Sam's Town, diversi tra loro, meno fruibili dal grande pubblico e quindi migliori. Ci risvegliamo sulla sempre godibile cover di Shadowplay dei Joy Division, su Smile Like You Mean It, Bones, Read my Mind, For Reasons Unknown, l'ottima Jenny was a Friend of Mine, la consueta Mr. Brightside. Per un attimo spero facciano anche On Top, ma niente. Si chiude tra frizzi, lazzi, finti fuochi d'artificio con All these Things That I've Done e When you were Young. Il pubblico approva, noi siamo perplessi. Perché i Killers, presi dal vortice del successo e delle manie di grandezza di Brandon Flowers si sono un po' persi per strada. Non per il pubblico "commerciale", non per le radio che adesso li pompano a tutta birra, certo. Ma per noi sì.
A trovare il pelo nell'uovo nell'impeccabile esibizione, si trova ed è di dimensioni licantropiche. Sta nell'aggettivo "impeccabile". Mi spiego. Tutto troppo perfetto. Le canzoni sono pari pari a quelle dei dischi. Tanta bravura, voce da grandissimo, ma nessun guizzo, nessuna finta improvvisazione, secondo me anche qualche base sotto. Uno spettacolo precotto benissimo, ma che non rapisce, non trasporta, spesso annoia. Per intenderci, i Franz Ferdinand erano da brividi, i Killers nada de nada. Uno show confezionato da una major è un grande show, ma a volte, se manca il mordente, perde la schiettezza del concerto rock. Gli scozzesi saliti sul palco due ore prima erano tremendamente rock, quanto un ruvido bicchiere di whiskaccio in mezzo alla bruma. I Killers hanno velleità europee, ma sono ormai affermati yankees e tanto basta per farli scivolare sul greto del calderone delle boy band, senza -grazie al cielo- finirci dentro. Ma basterà un altro album come Day&Age e un'altra dose di lucine del presepio per farceli affondare. E dire che fino a poco tempo fa preferivo loro. Tipo la noiosa fine che hanno fatto i Coldplay. Yawn.
Poi, 40 minuti fermi nel campaccio desertico a cercare di uscire dal parcheggio paralizzato, contribuiscono alla mia odierna stanchezza. Buonanotte.
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giovedì, 09 luglio 2009 |
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LE COLPE DEL VUOTO
(on the air: Lily Allen - Not Fair)
Questo è un post per riempire il vuoto lasciato da qualche giorno a questa parte. È colpa del caldo, è colpa degli impegni mondani, è colpa prima di tutto mia.
Questo è un post per riempire il vuoto lasciato da qualche giorno a questa parte. È colpa del caldo, è colpa degli impegni mondani, è colpa prima di tutto mia.
Questo è un post per riempire il vuoto lasciato da qualche giorno a questa parte. È colpa del caldo, è colpa degli impegni mondani, è colpa prima di tutto mia.
Questo è un post per riempire il vuoto lasciato da qualche giorno a questa parte. È colpa del caldo, è colpa degli impegni mondani, è colpa prima di tutto mia.
Questo è un post per riempire il vuoto lasciato da qualche giorno a questa parte. È colpa del caldo, è colpa degli impegni mondani, è colpa prima di tutto mia.
Questo è un post per riempire il vuoto lasciato da qualche giorno a questa parte. È colpa del caldo, è colpa degli impegni mondani, è colpa prima di tutto mia.
Questo è un post per riempire il vuoto lasciato da qualche giorno a questa parte. È colpa del caldo, è colpa degli impegni mondani, è colpa prima di tutto mia.
Chiaro, no? Cazzo, è chiaro?
Oh poi che vi volevo dire? Sì, è uscito il nuovo post su Curva Ottica. E che altro? Se pensate che non abbia niente da scrivere, avete indovinato. Ma siccome sono onesto, evito anche che possiate insinuarlo nei commenti. Poi è morto Michael Jackson e ho fatto punto al Fantamorto. Poi torno. Intanto ciao.
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sabato, 27 giugno 2009 |
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CURVA OTTICA RELOADED E LA SERATA DEI BLOGGER
(on the air: Nouvelle Vague - Master and Servant)
Signore e signori, è da parecchio tempo che qui non si fanno spot pro-domo mia. Quindi è giunto il momento di tornare a farne: il dinamico duo è di nuovo tra voi. Ataru e Noeyalin tornano sul luogo del delitto e con abile maestrìa nell'arte del restauro e ridanno vita alla loro fugace ed impavida creatura: Curva Ottica.
Non chiedetevi perchè, chiedetevi piuttosto per come. Più di uno spin-off, più di un sequel, più di un prequel, più di quel. Curva torna con un'iniziativa trendy, ambiziosa q.b., ma senza snaturare il suo proprio stile. Vi racconteremo una città a modo nostro, a pezzetti, prima di volarci di nuovo. E anche dopo. E siccome siamo trendy (mi dicono che l'ho già detto), eccovi il videoantipasto che ha dato il la all'operazione. Chiamiamolo teaser che è più figo.
Se vi è piaciuto il teaser, correte su Curva perché il primo post è già on line, senza scomodi fascicoli, senza modellini in finto omaggio. Curva Ottica è talmente moderna che ha anche una sua pagina su Facebook. Chi volesse aggiungere il dinamico duo, vada qui e si faccia riconoscere. Amisci saremo, tutti amisci.
Ma siccome le belle notizie non vengono mai sole, ricordo a chi ancora non lo sapesse, che Ataru, Noeyalin e Sciroccata saranno tra gli ospiti della serata-blogger del 30 giugno all'enoteca L'Acino che Vola. Per parlare di noi, di voi, di essi. Ma soprattutto per alcolizzarsi. Niente barcamp, niente raduni ufficiali, niente discussioni sterili sul futuro dell'umanità. Solo chiacchiere soffuse tra vecchi e nuovi amici. Come dite? Va bene va bene, non solo chiacchiere, c'è il vino e ci sono gli stuzzichini a buffet.
Approfitteremo biecamente dell'evento per presentare e lanciare il nuovo Curva Ottica. Chi sta a Roma vuole venire mi faccia un fischio che vedo di trovargli un posticino tra il pubblico bevente e domandante.
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sabato, 20 giugno 2009 |
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LA MOVIDA ROMANA È UNA PROIEZIONE DEL CERVELLO
(on the air: The Gossip - Heavy Cross)
Un anno fa il mio ultimo post inutile del sabato recitava così:
Allora ho ragione o no a dire che l'estate ha a malapena tre lati positivi? Quali? Le donne che si spogliano, i concerti all'aperto e il cocomero.
Accendo e confermo.
Vi ho risparmiato in questi lunghi e caldi giorni, perchè non mi andava di scrivere cagate. Del resto il clima caldo-umido ottunde il cervello e ti fa solo lamentare. Cos'è cambiato? Finora ben poco, solo che avevo un angolino con un po' di tempo da dedicare al blog e così mi sono detto: eh.
Il problema sta nel fatto che in questi giorni, non sapendo con chi prendermela, me la sono presa con Roma. Ci ho litigato aspramente perché qualsiasi cosa mi abbia proposto in questi giorni, mi ha fatto incazzare. A partire dal clima, naturalmente. Vivere in una serra tropicale anche di notte, mi sembra un po' eccessivo. Ogni fottuta mattina, quando apro gli occhi per andare a lavorare, vedo quel sole attraverso le serrande socchiuse e mi viene il cattivo umore. Ma la tiritera sul caldo è cosa vecchia, trita e ritrita. Forse sto invecchiando, fattostà che non sopporto più che la mia città strizzi l'occhio a chiunque. Non sopporto che si parli di movida, perché questo termine, almeno a Roma, è una ricca minchiata di facciata che non potrebbero raccontare neanche sulla più deteriore delle guide turistiche. E invece i colleghi giornalisti, poveracci devono pur campare in qualche modo, si sono inventati questa stronzata. A forza di dire che c'è la movida, però, mi hanno rubato la notte. La notte intesa come prendere la macchina a mezzanotte-l'una di un qualsiasi giorno della settimana che non sia il fottuto weekend, e non trovare sulla propria strada il vecchio rincoglionito che ancora sta in giro, il ragazzino lobotomizzato che corre verso il niente, o semplicemente troppa gente con la faccia assente, il sorriso ebete e un sedile gratis sotto il culo. Lavori in corso, nettezza urbana, tutto insieme, tutto di notte presto. Il lavoro non ci nobilita, l'ho sempre detto. Solo uno o due anni fa, quando stavo in giro per Roma e potevo andare a letto più tardi, le facce da movida stavano nei locali oppure a casa a dormire, che il martedì, chessò, non era il caso. Adesso no. Adesso tutti vanno a sentire il pianobar sul Tevere, che cantano l'Isola di Wight, vanno a bere il vino vicino allo stadio che con una manciata di euri ti alcolizzi, presso Vinofòrum, una sagra del vinaccio travestita da fighetteria. Più quantità meno qualità, ecco l'Estate Romana già da qualche anno a questa parte. Così poi ti capiterà di vedere il diciottenne al tavolino che gioca a carte, mentre canta una canzone anni sessanta e si stura un bicchiere di bianco dei Castelli, credendo di bere uno Cheval Blanc del '59 e magnificandone le doti da vero esperto. Mentre la bambina che gli sta accanto parla, avvolta in una nuvola di fumo, di come il suo rapporto con le amiche sia drammaticamente rovinato per colpa di Lolletta che s'è fatta Gian eppoi è andata a dire nei cessi della scuola che mai e poi mai se lo sarebbe fatto se non per ripicca nei confronti delle amiche che secondo lei gli hanno pure rubato l'ultimo libro di Moccia e soffiato sotto il naso l'ultimo paio di All Star viola al negozio trendy che le vende a 30 euro in più degli altri, però vuoi mettere.
Un terribile mix tra i divertimenti di mio nonno e l'idiozia da reality show, che non lascia scampo. Preferirei trovarmi davanti Faccia di Spillo di Hellraiser piuttosto che un giovane d'oggi. Mica per altro, i giovani dovrebbero farti sentire vecchio, invece sono talmente noiosi che ti fanno sentire in fasce e coi coglioni volati su Urano. Meglio per me, magnifico trentaquattrenne lamentoso e senza un capello bianco.
Io non so se sia colpa di Roma, colpa della gente che ci vive o solo colpa mia, ma più volte di questi tempi mi sono trovato a sacramentare random e tout-court.
Allora ho chiesto alla mia città di diventare non una città morta, ma solo una città un po' più equilibrata, intelligente, meno socievole. Di non concedersi a tutti. In tutta risposta mi sono preso un ricco vaffanculo. E sono molto offeso. E me ne andrei per un bel po', starei meglio, ma sono sicuro che poi avrei bisogno di tornare.
La mia città è femmina, e alla fine basterà uno sguardo nemmeno troppo ammiccante, per rendermi il più allocco dei maschi.
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